Rinuncio a tutto. Non al teatro.

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In questo modo il Teatro Eliseo di Roma innaugura la stagione 2009/2010 e lancia la campagna abbonamenti in una situazione difficile per il teatro italiano dopo il taglio dei fondi allo spettacolo. L'articolo su Chronica.

Creare spazio, pensieri più limpidi

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Ho eliminato l'inutile, il vecchio, lo stantìo, il polveroso passato, presente e futuro nascosto negli angoli di casa mia, mimetizzato tra motivazioni di affetti, ricordi e presunta utilità.

Via le scatole, contenitori di nulla, carte, cartacce, agende, ricevute e fogli, biglietti di cinema, teatri, musei, concerti, conservati per motivi validi che ora ritengo assurdi, per improbabile utilità futura o come ricordo per un domani, una follia.

Via ogni oggetto che riconduca a cose e persone che non mi appartengono più, fuori della mia vita: se ricapiteranno saranno differenti, avranno diversa forma, sarà una persona nuova. Peluche, foto cartacee, video, regali, biglietti, braccialetti, collane, collanine, orologi non funzionanti, cuori, sciarpe, cappelli. Regali.

Via macchinine, passatempo, figurine e figurone, ogni gioco e giocattolo, non ne ho bisogno, non ne ho più il tempo, ho altri giochi a cui dedicarmi, e sono senza fine.

Via tutti i CD impolverati, tecnologia già antiquata. Via tutti i lettori del secolo scorso.

Via tutto il materiale scolastico e universitario, compresi tutti i testi italiani: esprimono concetti così vecchi che se ne avessi avuto la consapevolezza li avrei buttati appena comprati, non mi saranno utili, troverò certamente di meglio.

Via tutto ciò che rievoca il passato in modo stantìo, via foto, medaglie, riconoscimenti inutilizzabili, certificazioni senza scopo, vecchi oggetti di vecchie passioni, collezioni, plastica, ferro e metalli di ogni genere.

Via jeans troppo stretti, se dimagrirò ne comprerò di nuovi. Via magliette, maglioni, scarpe, intimo, via tutto l'abbigliamento che stòna, via tutto ciò che non mi rispecchia.

Ordine, spazio, l'essenziale a portata di mano. Quando me ne andrò il bagaglio sarà leggero.

Una partita a scacchi da sogno

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Porto Venere, Liguria

Oceano Mare, di Alessandro Baricco

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Oceano Mare è un libro che ho divorato in una notte, a cui mi sono aggrappato come se in ballo ci fosse la vita, il mare. Introspettivo, dalle cornici evanescenti, Oceano Mare è un insieme di storie, un romanzo a tratti fabiesco, a tratti pura poesia.

E' il mare il protagonista, l'Oceano Mare, il mare che cura, il mare che distrugge, che uccide, che fa impazzire. Il mare che si ama, che si misura... Il mare, metafora degli effetti che la vita può avere su ognuno di noi.
Alla locanda Almayer ci potevi arrivare a piedi, scendendo per il sentiero che veniva dalla cappella di Saint Amand, ma anche in carrozza, per la strada di Quartel, o su una chiatta, scendendo il fiume. Il professore Bartleboom ci arrivò per caso.
La locanda Almayer è un non-luogo in riva al mare, gestito da bambini già grandi, dove i personaggi principali del romanzo si incontrano per raggiungere lo scopo della propria esistenza: trovare qualcuno da amare, smettere di avere paura, vendicarsi, morire, dipingere il mare...
Sabbia a perdita d'occhio, tra le ultime colline e il mare - il mare - nell'aria fredda di un pomeriggio quasi passato, e benedetto dal vento che sempre soffia da nord.
La spiaggia. E il mare.
Potrebbe essere la perfezione - immagine per occhi divini - mondo che accade e basta, il muto esistere di acqua e terra, opera finita ed esatta, verità - verità - ma ancora una volta è il salvifico granello dell'uomo che inceppa il meccanismo di quel paradiso, un'inezia che basta da sola a sospendere tutto il grande apparato di inesorabile verità, una cosa da nulla, ma piantata nella sabbia, impercettibile strappo nella superficie di quella santa icona, minuscola eccezione posatasi sulla perfezione della spiaggia sterminata. A vederlo da lontano non sarebbe che un punto nero: nel nulla, il niente di
un uomo e di un cavalletto da pittore.
Il cavalletto è ancorato con corde sottili a quattro sassi posati nella sabbia. Oscilla impercettibilmente al vento che sempre soffia da nord. L'uomo porta alti stivali e una grande giacca da pescatore. Sta in piedi, di fronte al mare, rigirando tra le dita un pennello sottile. Sul cavalletto, una tela.
Buona lettura.

Acquedotto al tramonto

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Aqueduct at the sunset, originally uploaded by Franciov.

Autobus multietnici

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Autobus nella periferia a Sud di Roma, mediamente pieno, mediamente rumoroso, mediamente multietnico. Sono seduto a fianco ad un gruppo di ragazzi rumeni, sulla trentina; parlano del più e del meno nella loro lingua latina. Dietro, due ragazze cinesi, graziose, sedute alla maniera cinese, apparentemente rigide, schiena eretta, guardano avanti in silenzio. Dietro di me due ragazze italiane tutt'altro che graziose, masticano chewingum con mirabolanti effetti sonori, parlano ad alta voce.

Parte una radiolina a tutto volume, le note ondulanti di un cantante neomelodico napoletano catalizzano per un attimo l'attenzione dei passeggeri dell'autobus in corsa verso il Sud, di Roma. Dopo alcuni minuti si sente un'altra radiolina, note orientaleggianti, anch'esse ondulanti, melodiche, rumene. Vociare.

«A rumeno del cazzo, chiudi quel catorcio!»

Catorcio chiuso.
Vociare. Insulti. Anche l'altra radiolina si spegne.

Le due ragazze cinesi si alzano e si avviano verso la porta di uscita dell'autobus, a piccoli passi. Non escono, ma rimangono a guardare l'uscita con sguardo impassibile.
Di scatto una delle due si volta.

«Voi siete italianei !!»

Passano alcuni millesimi di secondo...

«A cinesina de merda!! »

Ed alcuni minuti di coloriti insulti di matrice prettamente romana. Un rumeno sembra non tollerare la situazione ed interrompe la per niente graziosa ragazza italiana.

«Hey, ma ti sembra il modo questoa? Non si fa, cerca di stare buonoa! »
«Ma te sei maschio o femmina?», è la risposta.
«Maschio, perché? Ma che vuoi?»

Seguono alcuni minuti di insulti nel colorito modo di cui sopra, uniti a fastidiose ditate nell'orecchio e tra i capelli da parte dell'altra per niente graziosa ragazza italiana, a danno di un altro ragazzo rumeno che cambia prontamente di posto.

«Sono fiera di non avere carta d'identità italiana !», lo sfogo della ragazza cinese di prima.
«Ma sta zitta cinesina de merda !», la per niente graziosa ragazza italiana sottolinea il concetto.

L'altra ragazza cinese per la prima volta apre bocca per parlare alla compagna:

«Lascia perdere»

Poi scende. Ed io scendo con lei.

Gaddafi, on another planet

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Visto il mio rapporto ormai abbastanza amichevole con l'inglese, considerando che l'informazione italiana difficilmente riesce ad essere obiettiva sui fatti e pungente con le opinioni, ho cominciato a leggere le notizie sul Mondo e sull'Italia direttamente dai giornali esteri, inglesi o americani, cartacei oppure on-line.

Sabato ero "in gita" al centro e ho acquistato una copia del The Guardian - weekend edition e sono andato a sfogliarmelo a Villa Borghese in piacevolissima compagnia. Oltre ai numerosissimi articoli sulle mete italiane per le vacanze, sul vino e sulla letteratura italiana (ce n'era uno Italo Calvino), leggo della visita del Colonnello Gaddafi a Roma.

L'articolo (disponibile anche on-line in formato ridotto) si sofferma sull'incontro con 1.000 donne italiane voluto da Gaddafi in persona dopo essersi autodefinito "emancipator of women". Durante questo incontro il Colonnello, contornato dalle amazzoni, le sue guardie del corpo, richiama il rispetto per la diversità tra uomini e donne voluta da Dio, propone due carriere distinte tra uomini e donne, espone la sua convinzione che ad una donna il diritto di guidare un autoveicolo non debba essere concesso dallo Stato ma dai mariti e dai fratelli...

Da quanto leggo gli altri interventi non sono stati meno imbarazzanti.

Certo è che a Roma Gaddafi ha ottenuto esattamente tutto quello che ha chiesto, anche la possibilità di far chiudere Villa Pamphili per accamparsi con la sua tenda: persino il Dalai Lama quando è in visita va in albergo...