Memorie di Adriano, di Marguerite Yourcenar
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Le prime pagine delle Memorie di Adriano sono di una bellezza infinita: l'imperatore romano, oramai quasi al termine della sua esistenza, scrive al giovane Marco Aurelio per informarlo sul suo stato emotivo e di salute, per poi muoversi lentamente su argomentazioni più ampie evocando ricordi lontani. Adriano scrive sull'alimentazione, sull'amore, sul sonno, sulla conoscenza dell'uomo. Sono brani, questi, che aprono porte, offrono nuovi punti di vista, e al tempo stesso sfiorano la poesia. Le memorie proseguono tra racconti di gesta e passioni, ritratti di persone, popoli e riflessioni sul mondo. Il tutto è frutto innanzitutto di un lavoro storico, una ricostruzione dettagliata, dove possibile, delle vicende susseguitesi attorno alla persona di Adriano, dalla sua infanzia alla vita da imperatore, fino alla sua morte. Ma questa ricostruzione storica, così precisa, ha il pregio di non soffocare le memorie di un uomo che sente la morte vicina; memorie che, fossero state scritte da Adriano in persona, non si sarebbero limitate certamente alla mera successione di date e avvenimenti alla stregua dei rapporti ufficiali dell'impero romano.«TRAHIT SUA QUEMQUE VOLUPTAS: ciascuno la sua china; ciascuno il suo fine, la sua ambizione se si vuole, il gusto più segreto, l'ideale più aperto. Il mio era racchiuso in questa parola: il bello, di così ardua definizione a onta di tutte le evidenze dei sensi e della vista. Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo.»L'imperatore Adriano appare dunque come un uomo che ricorda, pensa e spera, e che scrive in prima persona dei suoi ricordi, dei suoi pensieri, delle sue speranze, della sua visione del mondo. «Ritratto di una voce», come scrive Marguerite Yourcenar nei suoi taccuini di appunti. Tale scelta non è stata ovviamente casuale, né tantomento immediata; anzi, l'autrice ha sperimentato varie forme di scrittura, realizzando l'opera, tutta o in parte, sotto diverse forme, per poi distruggerla ripetutamente fino a raggiungere la stesura definitiva. Ella scrive: «La sola frase rimasta della stesura del 1934: "Incomincio a scorgere il profilo della mia morte". Come un pittore si colloca davanti a un orizzonte e sposta senza posa il cavalletto a destra, poi a sinistra, avevo finalmente trovato il punto di vista del libro. Prendere un'esistenza nota, compiuta, definita - per quanto possano mai esserlo - dalla Storia, in modo da abbracciarne con un solo sguardo l'intera traiettoria; anzi, meglio, cogliere il momento in cui l'uomo che ha vissuto questa esistenza la pesa, la esamina, e, per un istante, è in grado di giudicarla; fare in modo che egli si trovi di fronte alla propria vita nella stessa posizione di noi».
Tale scelta si sposa bene con le zone d'ombra della vita di Adriano, con quelle vicende di cui si conosce poco o niente, con testi che contengono versioni dissimili dello stesso evento, dello stesso pensiero. «Tutto ci sfugge.», scrive Marguerite Yourcenar, «Tutti. Anche noi stessi. La vita di mio padre la conosco meno di quella di Adriano. La mia stessa esistenza, se dovessi raccontarla per iscritto, la ricostruirei dall'esterno, a fatica, come se fosse quella d'un altro. Dovrei andar in cerca di lettere, di ricordi, d'altre persone, per fermare le mie vaghe memorie. Sono sempre mura crollate, zone d'ombra. Fare in modo che le lacune dei nostri testi, per quel che concerne la vita di Adriano, coincidano con quelle che potevano essere le sue stesse dimenticanze».
Sempre nei taccuini di appunti, Marguerite Yourcenar disegna il grafico dell'esistenza umana che indica il metodo, oserei dire matematico, con il quale è riuscita a raffigurare a più dimensioni il personaggio di Adriano. «Non perder mai di vista il grafico di una esistenza umana», scrive, «che non si compone mai, checché si dica, d'una orizzontale e due perpendicolari, ma piuttosto di tre linee sinuose, prolungate all'infinito, ravvicinate e divergenti senza posa: che corrispondono a ciò che un uomo ha creduto di essere, a ciò che ha voluto essere, a ciò che è stato». Trovo deliziosa questa definizione di esistenza umana perché, oltre ad indicare perfettamente il metodo seguito per caratterizzare il personaggio di Adriano nel libro, risulta anche applicabile in generale nell'indicare quell'umana ricerca dell'equilibrio tra quello che si vuole essere, quello che si è e quello che siamo convinti di essere.
Il libro non è del tutto immune dagli influssi della cultura moderna, come dimostra a titolo di esempio il seguente brano che, sebbene risulti estremamente suggestivo, forse subisce l'influsso della conoscenza dello stato futuro delle cose: «Non credo che alcun sistema filosofico riuscirà mai a sopprimere la schiavitù: tutt'al più, ne muterà il nome. Si possono immaginare forme di schiavitù peggiori delle nostre, perché più insidiose: sia che si riesca a trasformare gli uomini in macchine stupide e appagate, che si credono libere mentre sono asservite, sia che si imprima in loro una passione forsennata per il lavoro, divorante quanto quella della guerra presso le razze barbare, tale da escludere gli svaghi, i piaceri umani. A questa schiavitù dello spirito o dell'immaginazione umana, preferisco ancora la nostra schiavitù di fatto.» Ci si riferisce qui, ovviamente non in modo diretto né scontato, a quella schiavitù che noi conosciamo bene, la schiavitù del lavoro, dell'animo. La grandezza del personaggio, la sua erudizione e saggezza, fanno apparire possibile il fatto che lui immagini nuove forme di schiavitù, di religione, di governo, e che queste corrispondano poi a realtà dal punto di vista del lettore. Niente lo vieta. Tuttavia, sebbene cercasse in tutti i modi di lasciar se stessa fuori dal libro, Marguerite Yourcenar era ad ogni modo consapevole dell'impossibilità di realizzare una tale opera senza che la propria visione del mondo influisse in alcun modo sulla sua realizzazione. «Qualunque cosa si faccia», scrive, «si ricostruisce sempre il monumento a proprio modo; ma è già molto adoperare pietre autentiche.»
Memorie di Adriano non è certo un libro semplice, a tratti può risultare ostico, tuttavia mi sento di consigliarlo a chiunque abbia voglia di addentrarsi in mondi antichi attraverso il racconto di uomo, prima che imperatore, con le sue convinzioni e i suoi difetti; il lettore scoprirà che duemila anni non sono poi molti...
Concludo con un brano in cui Adriano scrive sul ruolo dei libri come mezzo per valutare l'esistenza umana: «La parola scritta m'ha insegnato ad ascoltare la voce umana, press'a poco come gli atteggiamenti maestosi e immoti delle statue m'hanno insegnato ad apprezzare i gesti degli uomini. Viceversa, con l'andar del tempo, la vita m'ha chiarito i libri».




6 commenti:
Ti consiglio "Una peccatrice" racconto della Yourcenar su Maria Maddalena.
GioKroger
Grazie Giovanni, seguirò il tuo consiglio.
Ho cominciato a leggerlo proprio dai commenti del tuo blog, chissà che non abbia lo stesso effetto positivo anche su di me.
Comunque bella recensione
Sono sicuro che ti piacerà ;)
caro franciov,
credo ch eadriano incarni il travaglio interiore di ogni uomo. ciascuono di noi, fin da giovane, sogna gloria, memoria eterna, fama e fortuna; ma tutto è effimero, fino a quando non si incontra l'amore vero. Antinoo, "il bel levriero", è stato la salvezza e la tragedia dell'imparatore, che però, fino alla fine, sa di "essere amato di amore umano".
Ho 15 anni e ho letto Memorie di Adriano l'anno scorso, dietro consiglio di un mio insegnante; mi avevano detto sarebbe stato un libro particolarmente ostico... Ebbene, non è stato semplicissimo, ma mi ha fatto fare un percorso splendido. Ognuno di noi può permettersi di vivere una vita umana.
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